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Girl power, quando il gioco si fa donna

La ludopatia è uno dei temi maggiormente dibattuti nel corso degli ultimi anni. Il fenomeno, in crescita esponenziale, viene costantemente studiato ed approfondito dai sociologi e dagli esperti del settore ma c’è un dato, a tratti inspiegabile e in crescita esponenziale, che accende ed infiamma il dibattito sul ruolo, o meglio sul sesso, dei giocatori. O delle giocatrici: perché, nei giochi d’azzardo, la percentuale di donne al gioco è in fortissima crescita.

Guarire dalla ludopatia è possibile, ma battere le percentuali di affetti dal vizio del gioco non è cosa facile: secondo gli ultimi dati della Relazione al Parlamento 2017, i giocatori d’azzardo problematici variano dall’1,3% al 3,8% della popolazione totale: circa 2,3 milioni di italiani adulti. Quelli patologici, invece, variano: dallo 0,5% al 2.2%, percentuali che tradotte in numeri parlano chiaro: 1.3 milioni di italiani adulti.

Tendenzialmente in un gruppo di dieci persone, gli uomini giocano più delle donne: sei giocatori su dieci sono di sesso maschile ma il numero di quello che un tempo veniva definito sesso debole è in crescita costante, come dicevamo. Non chiamatele accompagnatrici, anzi, ma vere e proprie giocatrici, esperte delle slot machine e dei gratta e vinci. Il tutto grazie anche alla crescita del gioco d’azzardo stesso, dal momento che le slot machine pullulano negli esercizi commerciali e nelle tabaccherie. Studi confermano che le giocatrici sono più curiose e maggiormente sperimentatrici rispetto agli uomini, quindi tendenzialmente più proiettate allo sviluppo della patologia. Le donne iniziano a giocare più tardi per una serie di motivi: stress, depressione, tensioni varie, ma allo stesso tempo sono molto più lucide nell’individuare i motivi della loro patologia e, soprattutto, a farsi curare, anche se per antonomasia una donna resiste maggiormente all’attrazione, spesso fatale, del gioco e sanno anche ben controllare la dipendenza, se non altro prevenendola: alla base di ciò ci sono aspetti genetici, ma soprattutto neurologici.

Le donne cominciano a giocare quasi come attratte dai giochi visti come via di fuga dalla realtà, per sfuggire a problemi personali e familiari, come se il gioco fosse un antidolorifico. A conferma di questi dati c’è il fatto che le donne preferiscono giochi come il Lotto o il Gratta e Vinci, dove la competizione è grossomodo nulla: giochi di facile portata, per tutti, che diventano pericolosi solo quando c’è un input ingestibile e incontrollabile che porta al gioco di continuo. Ma la dipendenza da gioco è prevenibile, curabile, battibile. L’importante è che la scienza sappia rassicurare un paziente che, in quanto tale, va comunque trattato per i sintomi e i problemi che vive ed affronta. Altre ricerche in questo senso dimostrano che la riduzione di punti di gioco, quella che potremmo definire “dose” del giocatore, riducono il rischio e la possibilità di sviluppare una patologia psichica verso il gioco stesso. Ma questo non basta: occorrerebbe un piano su scala nazionale, che parta dalla prevenzione, da insegnare a cominciare dalle scuole, alla riduzione della pressione pubblicitaria e della pubblicità-trappola.

Ad oggi in Italia il Piano Nazionale Contro il Gioco D’Azzardo esiste, ma è inapplicato. Ricordiamo che quella del gioco d’azzardo è una dipendenza senza sostanza, in gergo comunemente definita addiction. La dipendenza colpisce tutte le fasce di età, soprattutto le più giovani e quindi più facilmente emarginabili dall’effetto “stupefacente” del gioco stesso: ragazzi e ragazze tra i 14 e i 25 anni. 900.000 persone, in Italia, sono giocatori a rischio, circa 200.000 hanno atteggiamenti e comportamenti problematici. Il metodo del distanziometro non è certo che funzioni più, dato il fenomeno di internet che riduce i concetti di spazio e tempo praticamente all’osso: ricerche per elaborare soluzioni sono attualmente in corso.


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