Concita De Gregorio – Un’ultima cosa

Oggi ho letto il nuovo libro di:

Concita De Gregorio – Un’ultima cosa

Ho sempre avuto paura degli abbandoni, perciò ne ho collezionati tanti. Solo chi non chiede “tienimi con te” attiva il desiderio opposto, ho imparato tardi. Del resto, chi non lo chiede non ne ha bisogno o non gliene importa: è questo il segreto e la beffa.

L’indifferenza, o qualcosa di misterioso che le somiglia, genera fenomeni di attaccamento formidabili. È un dono di natura però, è un talento: non si impara a restare rivolti dentro di sé, per una quota impermeabili, mai del tutto accessibili.

Il desiderio è un processo colonizzatore di conquista: saturarlo con l’offerta di sé lo offende e lo estingue. Suscita ansia nell’altro, persino.

È quando si lascia la presa – si va a giocare via, lontano dalla vista – che arriva la voce di chi ti cerca, o forse torna. Ma cosa importa. È tardi, di solito, a quel punto. La storia è già cambiata, o è finita.

La solitudine è anche il luogo della libertà. Per meglio dire: ne è il prezzo. Così come la povertà.

Tutti vogliamo solo questo, al mondo: essere visti, sentiti, capiti. Vogliamo essere oggetto di cura.

Concita De Gregorio – Un’ultima cosa, la trama:

“Questa è una storia che comincia molto lontano. Non so nemmeno io quando ho iniziato a sentire le voci delle donne che parlano qui”, scrive Concita De Gregorio in apertura di un caleidoscopio di canti femminili.

È un coro il libro che avete fra le mani. Donne che prendono la parola per l’ultima volta e dicono di sé senza lasciare diritto di replica. Donne che l’autrice ha sfiorato dal vivo ancora bambina, come Dora Maar, oppure adolescente, Amelia Rosselli, o via via crescendo, incontrandole senza riconoscerle e cercandole dopo nelle loro opere:

Carol Rama, Nise da Silveira, Vivian Maier, Silvina Ocampo, Maria Lai, Lisetta Carmi e altre ancora. Non tutte sono così conosciute, potevano essere strade maestre, sono rimaste spesso vicoli ciechi.

Messe al bando, escluse, lasciate indietro: arrivate troppo presto rispetto ai tempi, alle convenzioni, alla società, hanno rappresentato per il mondo uno scandalo.

Ciascuna di loro si alza in piedi al suo funerale per consegnarci, nel congedo, la verità. Un’orazione che è anche un’invettiva: parole incendiate di ironia, di rabbia, di sapienza. Dora è la musa di Picasso, Amelia è figlia di Carlo, Carol è amica di Andy Warhol… sono sempre “qualcosa” di qualcun altro, un attributo.

Ombre a cui queste pagine danno luce, restituiscono voce. Concita De Gregorio incarna queste donne, “fonti di eresia, dunque di desiderio e di colpa”, ascoltandole, prendendole su di sé e offrendo loro l’ultima parola. Il filo che dipana è ora un progetto teatrale a cui l’autrice presta corpo in scena. Raccontare la Storia difatti non basta.

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